Fondazione Marea: in Sicilia per restare, tornare e approdare

La Sicilia rappresenta non solo un punto di partenza, ma anche un ambiente in cui si può decidere di costruire il proprio avvenire, è da quest'idea  che nasce la Fondazione Marea, dedicata ai siciliani "di nascita, di cuore e di adozione".

Fondazione Marea  colei che vuole costruire una Sicilia dove restare, tornare e approdare

La Sicilia rappresenta non solo un punto di partenza, ma anche un ambiente in cui si può decidere di costruire il proprio avvenire, è da quest’idea  che nasce la Fondazione Marea, dedicata ai siciliani “di nascita, di cuore e di adozione”.

Che si tratti di chi è rimasto sull’isola, di chi è ritornato o di chi vive in altri luoghi ma mantiene un forte legame con la Sicilia, Marea unisce talenti e competenze per generare un impatto sociale reale e offrire vere opportunità occupazionali sul territorio.

L’ambizione è alta:  trasformare la Sicilia in un ambiente favorevole in cui i tre verbi della loro mission ovvero restare, tornare e approdare , diventino non solo sogni, ma opportunità concrete sostenute da una rete di oltre 500 esperti e una comunità in costante espansione.

Con queste parole, Elena ci restituisce l’anima pulsante di Fondazione Marea: un ponte tra diaspora e radici, tra sogni ambiziosi e azioni concrete. In un’isola che pulsa di talenti nascosti e progettualità dal basso, ONDA non è solo un programma, ma un catalizzatore di coesione e cambiamento duraturo.

Dietro le quinte del cambiamento della Fondazione Marea : flash interview con Elena

Sicily&Sicilians è il progetto artistico-culturale che promuove la Sicilia nella sua dimensione culturale, sociale e turistica. Storie come quella di Fondazione Marea sono la Sicilia che vale la pena raccontare e per esplorare meglio la missione che guida i progetti , abbiamo realizzato una “flash interview” con Elena Militello Responsabile Legal, Research and Network.

Sicily&Sicilians è il progetto artistico-culturale che promuove la Sicilia nella sua dimensione culturale, sociale e turistica. Storie come quella di Fondazione Marea sono la Sicilia che vale la pena raccontare e per esplorare meglio la missione che guida i progetti , abbiamo realizzato una "flash interview" con Elena.

1. Fondazione Marea in tre parole.

Diaspora, Radici, Impatto.

2. Restare, tornare, approdare: il verbo che oggi pulsa più forte.

Scegliere è difficile ma forse tornare. Non nel senso nostalgico o di chi torna perché non ha trovato altro. Stiamo parlando di costruire nel lungo termine le condizioni per cui tornare diventi una scelta ambiziosa e libera, come anche restare e approdare in Sicilia.

È una delle tre anime della nostra comunità. Ci sono i siciliani di dentro, che vivono e operano sull'isola. Ci sono i siciliani di fuori, la diaspora, che hanno costruito competenze nel mondo ma non hanno mai tagliato il filo.

3. Chi è il siciliano “di cuore e di adozione” a cui vi rivolgete?

È una delle tre anime della nostra comunità. Ci sono i siciliani di dentro, che vivono e operano sull’isola. Ci sono i siciliani di fuori, la diaspora, che hanno costruito competenze nel mondo ma non hanno mai tagliato il filo. E poi ci sono i siciliani di cuore e di adozione, persone che con la Sicilia hanno costruito un legame autentico pur non essendoci nate. Quello che li unisce è la scelta: decidere di investire qui, in modo concreto.

4. 170 idee ricevute: cosa ti ha stupito di più della progettualità dei partecipanti?

Il radicamento, ci aspettavamo idee ambiziose, e ce n’erano, ma quello che mi ha colpito davvero è quante partissero da una conoscenza profonda del territorio. Persone che conoscevano il loro territorio frazione per frazione, i problemi cronici, le risorse trascurate. Idee nate dal basso, da chi quei luoghi li vive ogni giorno.

5. I 13 selezionati: qual è la sfida più urgente che questi progetti proveranno a risolvere?

La coesione.

Il tema più rappresentato tra i vincitori è quello dell’aggregazione sociale e dello sviluppo locale. In molte aree della Sicilia il problema non è solo economico: è la disconnessione tra le persone, tra le generazioni, tra chi è rimasto e chi è andato. I nostri team lavorano esattamente su quel nodo.

I Pionieri, professionisti che hanno scelto di donare tempo, competenze, attenzione. Accompagnamento vero per chi sta costruendo qualcosa dal nulla e soprattutto di fronte ai dubbi e agli ostacoli che possono sorgere e sembrare insormontabili per un ente neonato

6. Oltre ai fondi: qual è il valore aggiunto umano che i team trovano in Marea?

I Pionieri, professionisti che hanno scelto di donare tempo, competenze, attenzione. Accompagnamento vero per chi sta costruendo qualcosa dal nulla e soprattutto di fronte ai dubbi e agli ostacoli che possono sorgere e sembrare insormontabili per un ente neonato.

7. Tra 5 anni, quale numero definirebbe il successo di ONDA?

Almeno 10 imprese sociali ancora attive e sostenibili. Il numero dei beneficiari ci interessa, certo, ma più ancora ci interessa che esistano ancora tra cinque anni. Il successo di un’impresa sociale si misura in almeno cinque-otto anni. Desideriamo che per quella data almeno la prima coorte di Onda abbia trovato il loro equilibrio.

8. Che ruolo giocano i pionieri nell’ecosistema? Bussole o motori?

Entrambi, ma in momenti diversi. All’inizio sono bussole, aiutano i team a capire dove stanno andando.

Poi, quando l’idea prende forma, diventano motori: aprono porte, mettono in connessione, accelerano. Ma sono anche spugne: assorbono energia, storie, prospettive che arricchiscono anche loro.

Le storie fanno il resto, e il sociale in Sicilia è già un settore rilevante, con una domanda enorme e ancora poca imprenditorialità organizzata. In più, in un contesto come questo, ogni impresa che opera nella legalità e crea occupazione è già di per sé un atto sociale. Il confine tra investimento e impatto qui è molto più sottile che altrove.

9. Come si convincono le aziende che investire nel sociale in Sicilia è una strategia vincente?

Con i dati e con le storie. I dati di Onda ci dicono che la Sicilia ha un tessuto di talenti e di progettualità che aspetta solo di essere attivato: 417 manifestazioni di interesse, 170 candidature complete in pochi mesi, nel primo anno di vita di una fondazione.

Le storie fanno il resto, e il sociale in Sicilia è già un settore rilevante, con una domanda enorme e ancora poca imprenditorialità organizzata. In più, in un contesto come questo, ogni impresa che opera nella legalità e crea occupazione è già di per sé un atto sociale. Il confine tra investimento e impatto qui è molto più sottile che altrove.

10. Il ricordo più emozionante di questo primo anno.

Il Demo Day a Palermo, il 19 dicembre. Vedere i team sul palco presentare i loro progetti, con quella serietà e quella vulnerabilità insieme, dopo mesi di lavoro. Alcuni erano partiti con un’idea che era quasi un foglio bianco. Arrivati a dicembre avevano una visione, un team, un piano. È il momento in cui sono stata più orgogliosa di aver costituito la Fondazione.

11. Cosa rispondi a chi pensa che in Sicilia “non possa cambiare mai nulla”?

Gli chiedo di guardare le persone: oltre 500 professionisti che hanno scelto di investire competenze e risorse qui, convinti che una Sicilia diversa sia possibile, non con il solito cambiamento gattopardesco (in cui tutto cambia per non cambiare niente), ma con un lavoro paziente di cultura filantropica e imprenditorialità sociale. E i team che stanno costruendo imprese sociali dalle città ai piccoli comuni, ognuno nel proprio pezzo di territorio. Ogni progetto cambia qualcosa direttamente, ma cambia anche il contesto intorno a sé: dimostra che si può, abbassa la soglia per chi viene dopo.

12. Qual è il prossimo approdo che Fondazione Marea ha nel mirino per il 2026?

Consolidare quello che abbiamo iniziato  e accompagnare i team vincitori fino alla costituzione come imprese sociali, avviare la fase di accelerazione, far partire la Banca del Tempo, e allargare la comunità: ci sono tanti siciliani nel mondo che non ci conoscono ancora, e che potrebbero fare parte di questa storia.

Con queste parole, Elena ci restituisce l’anima pulsante di Fondazione Marea: un ponte tra diaspora e radici, tra sogni ambiziosi e azioni concrete. In un’isola che pulsa di talenti nascosti e progettualità dal basso, ONDA non è solo un programma, ma un catalizzatore di coesione e cambiamento duraturo.

Oltre l’orizzonte: la Sicilia che sceglie di esserci

La storia di Fondazione Marea è la storia di un legame che non si spezza, che si tratti di un siciliano a New York, di un imprenditore a Milano o di un giovane sognatore a Palermo, il messaggio è lo stesso: non siete soli.

Attraverso strumenti tangibili come la Banca del Tempo e l'incubatore ONDA, Marea sta evidenziando che le barriere geografiche non rappresentano un ostacolo se si condivide un obiettivo comune.

Attraverso strumenti tangibili come la Banca del Tempo e l’incubatore ONDA, Marea sta evidenziando che le barriere geografiche non rappresentano un ostacolo se si condivide un obiettivo comune.

La Sicilia si sta trasformando, progetto dopo progetto, persona dopo persona, diventando finalmente quel posto in cui, per la prima volta, decidere di rimanere è l’avventura più audace di tutte.

Flash interview all’artista Davide Bramante

Flash Interview artistica Davide Bramante arte siciliana Sicily and Sicilians

C’è chi nasce in Sicilia e non smette mai di esplorarla, anche girando il mondo. Davide Bramante è uno di questi: artista, fotografo, viaggiatore e curatore.
In questa intervista, scopriamo il suo percorso umano e artistico, con una visione dell’arte come ponte tra presente e passato, locale e globale. Un racconto che parla di Sicilia, ma anche molto di più…

Buona lettura!

 

Se dovessimo descriverti in tre parole come artista siciliano, quali sceglieresti?

Viaggiatore, sognatore ma anche realizzatore.

 

-La tua tecnica fotografica è veramente particolare: si basa su esposizioni multiple realizzate su pellicola, non digitale. Come nasce questa scelta e cosa significa per te lavorare oggi in analogico, in un mondo sempre più dominato dal digitale?

Ho iniziato a realizzare queste opere nel 1992, quando ancora la fotografia digitale non esisteva. Per me era (ed è tutt’oggi) solo un mezzo per poter raccontare al meglio quello che avevo dentro. Cioè, 3000 anni di storie, una moltitudine di sangue diversa, un intreccio architettonico e una infinita sedimentazione e stratificazione giunte fino a me. Continuo ad usare l’analogico perché mi contraddistingue pur non disprezzando la tecnologia.

 

intervista artistica Davide Bramante Sicily and Sicilians arte contemporanea siciliana

-Nei tuoi lavori si vedono città sovrapposte, mondi che si fondono e si stratificano. Quanto i tuoi viaggi intorno al mondo hanno influenzato la tua ricerca artistica e la tua visione del reale?

In realtà il mio lavoro, come sopra accennato nasce appunto nella mia Ortigia, a Siracusa, grazie a tutto ciò che i miei occhi hanno respirato, (si respiro con gli occhi). I viaggi hanno dato ai miei occhi, e di conseguenza al mio lavoro, un respiro diverso.

 

-Tra tutte le città che hai visitato o dove hai lavorato ce n’è una che ti ha colpito più di altre e che hai sentito particolarmente “tua”? Perché?

-Amo raccontare che per ogni età, vi è una città del cuore diversa. Se a 20-25 anni sogni di andare e vivere a New York, Londra e Berlino; a 35-38 inizi ad amare, Parigi ma anche San Pietroburgo e Shanghai. Io sino ai miei 40 anni ho amato tutte queste città. Oggi che ho superato i 50, vi posso dire che non vi è posto più bello al mondo del Val di Noto, d’altronde come “grande viaggiatore“, del viaggio mi sono nutrito per poi ritornare alla mia Itaca.

 

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-Fin da piccolo eri attratto dall’arte: portavi riviste come Flash Art in spiaggia e ti perdevi nella storia dell’arte. Quanto è stato importante il supporto della tua famiglia nel tuo percorso artistico?

Provengo da una famiglia semplice, umile. Mio padre avrebbe voluto vivere di musica, magari continuando a suonare con la banda comunale di Siracusa, mia madre ha sempre fatto la sarta. Non mi hanno mai imposto nulla, anzi mi hanno incitato negli studi e in tutto ciò che mi rendeva il cuore pieno di felicità.

 

-C’è un’opera che senti particolarmente vicina a te, un lavoro che rappresenta bene chi sei oggi artisticamente? Ce la puoi raccontare?

Di recente ho iniziato ad installare nelle mie mostre dei teli leggeri in PVC, su questi per tutta la superficie stampo fronte/retro le mie immagini, dopo di ché taglio a strisce questi teli. Una volta installati, svolazzano e ci si può passare in mezzo. Mi piace che l’opera si lasci attraversare dall’aria ma anche dall’uomo, mi piace pensare che l’uomo, in quel momento, con quell’atto diventi opera. 

 

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-La tua è un’arte visiva ma anche profondamente narrativa: le tue immagini raccontano storie, emozioni, memorie. Cosa cerchi di comunicare al pubblico attraverso le tue fotografie urbane stratificate?

Una cosa che mi piace dire a tutte le persone che incontro e conosco è: fuori da qui c’è un mondo.

 

-I tuoi “piccioni viaggiatori” sono uno dei dettagli più iconici delle tue opere. Che legame hanno con la tua personale ricerca artistica e cosa simboleggiano per te?

I piccioni viaggiatori sono principalmente per me, la mia cura, la mia pet therapy.

 

-Negli ultimi anni hai iniziato a esplorare anche il linguaggio della ceramica. Com’è nato questo interesse e cosa ti affascina?

Come molti degli artisti che conosco, ci si “afferma” per e con dei lavori, ma in realtà sono infiniti i progetti a cui si lavora. Chi del mondo dell’arte pensa a me, generalmente conosce le opere fotografiche. Il progetto “Vasi non Vasi” è un progetto che avevo in mente già nello scorso decennio ma che ho potuto mettere in scena solo tre anni fa, quando nel mio spazio San Sebastiano Contemporary ho avuto in residenza Andres Anza, il più famoso artista ceramista messicano.

 

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-Anche se continui a viaggiare molto, hai scelto Palazzolo Acreide (SR) come base creativa, trasformando un edificio liberty abbandonato nella galleria San Sebastiano Contemporary. Cosa significa per te vivere e lavorare in quel borgo?

In realtà io vivo sempre più in Val di Noto, nelle campagne di Noto e a Palazzolo Acreide, ma ho ancora una casetta nella città che appena diciottenne mi ha accolto e “fatto cristiano” e cioè Torino.

 

Hai spesso parlato del dialogo tra arte e territorio. Se dovessi descrivere l’anima siciliana in una sola frase, cosa diresti?

L’anima siciliana è quella storia infinita, fatta di arrivi e partenze, lunga 3000 anni, di doni e ricchezze ricevute, a cui molti di noi artisti attingiamo.

 

intervista artistica Davide Bramante Sicily and Sicilians arte contemporanea siciliana Siracusa

Se dovessi dare un consiglio a un giovane artista siciliano che sogna di partire ma vorrebbe poi tornare, cosa gli diresti?

Direi che questo consiglio non è indicato solo per gli artisti, ma è indirizzato a tutti i giovani: si deve assolutamente partire, coltivare i propri sogni, arricchire il proprio status di immagini, storie, racconti, esperienze, ma solo in Sicilia consumarne il frutto. Una delle mie filosofie/massime è che la vita va viaggiata, ma il viaggio inizia sempre da casa, quindi 1000 viaggi e 1000 ritorni, questo è il mio augurio e anche il mio stile di vita.

Speriamo che questa intervista vi abbia fatto entrare, almeno per un istante, nel mondo stratificato e affascinante di Davide, tra pellicole e piccioni viaggiatori. Continuate a seguirlo nel suo viaggio artistico fatto di memorie, sogni e territori ritrovati — perché, come ci ha ricordato lui stesso, la vita va viaggiata, ma il viaggio inizia sempre da casa.